Vicini di posto

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Oggi avevo l’imbarazzo della scelta.

Due telefonate, una fisicamente sopra l’altra; una gara a chi imperversava con più furia nella carrozza.

Si passava da “ma allora forse basta continuare a prendere il ferro” a “ma se ho sentito prima la Farnesina che mi dice una cosa e poi Bruxelles che ne dice un’altra” per poi tornare alle “controindicazioni, perché può capitare che sia quello che gli fa diventare le labbra scure” e rilanciare sul piano internazionale con “Daniela: lo farà lei. Ma è assurdo! Siamo cittadini italiani”.

Ma non avrete i dettagli delle conversazioni.
Perché stavolta entrambe sono state sconfitte dal mio vicino di posto; un signore sulla sessantina e con i baffi, una valigetta in pelle nera terra e il Corriere aperto tra le mani.
Da cui distoglie a un certo punto gli occhi, lancia prima uno sguardo al suo placido bassotto, poi a me.

E mi fa: “Ma che problemi hanno queste che si sentono autorizzate a parlare così a voce alta, davanti a tutti?”

Ho avuto un brivido di commozione.
Non avrei potuto scegliere parole migliori.
E lui le ha destinate a me.

Tra molestati, in fondo, ci si riconosce al volo.

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3 pensieri su “Vicini di posto

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